A.C. Cologna Veneta, cent’anni e non dimostrarli!

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Si è conclusa con lo scoppio dei fuochi d’artificio la serata celebrativa dei 100 anni di storia del calcio di Cologna Veneta. E, non ci poteva essere miglior sfondo che una notte di mezza estate, con la luna piena, una tavolata gigante – scenografia pensata e realizzata dagli Amici del Gruppo della Pro Loco guidata da Maurizio Faccioli, ex massimo dirigente dei “giallo e blu del mandorlato” (la figlia Lisa, fortissima calciatrice, è appena passata alla Fortitudo Mozzecane Chievo. Logo del centenario è opera di Gino Cinquini), coadiuvato da molti volontari, tra cui l’opinionista Sergio Barolo -, in cui hanno preso posto “vecchie glorie”, attuali giocatori e future promesse, autorità politiche (in testa il primo cittadino, il fiscalista, l’ex punta Manuel Scalzotto, classe 1970), oltre ai massimi vertici del C.R.V. Figc-Lnd (il presidente Bepi Ruzza e il suo vice, il ceretano Mario Furlan) e ad alcuni rappresentanti della stampa locale e non.

In Piazza Duomo, sulle gradinate rischiarate da fiaccole e da luci gialle e blu – i colori sociali dell’A.C. Cologna Veneta -, già, sulla piazza dove a partire dal 1833 i “pionieri della pelota” del luogo cominciavano a rincorrere un qualcosa di sferico (come la luna butterata di crateri), fosse esso un gomitolo o una palla fatta di stracci arrotolati, Federico Vaccari, seguendo la bussola del suo libro (che verrà rappresentato in teatro a dicembre), ha snocciolato ricordi, aneddoti, e ha chiamato sui gradoni del tempio della fede cristiana, resi ancor più leggiadri dalle 8 maestose colonne, e ha chiamato le persone, diventate personaggi, sacre icone, quelli che hanno fatto la storia e scritto le pagine più significative, memorabili del “fubal” del vecchio feudo della Serenissima (qui si costruivano i cordami per navi, che raggiungevano via Adige la Venezia dei dogi).

Un incessante sfilare di calciatori – quelli che si è potuto recuperare a livello di carta di identità e coloro che hanno potuto essere fisicamente presenti -, di mister, di presidenti, di “bandiere”, di capitani dei “giallo e blu del mandorlato”. I più fortunati di loro, hanno potuto lasciare piazza Duomo, i sogni e i giochi d’infanzia rincorsi fino al 1883 in quelle mattonelle che trasudano di emozioni e che grondano di sentimenti autentici, per finalmente poter prendere a calci sull’erba la sfera all’interno dello stadio eretto nel 1927 (di vero, nella nostra quarantennale professione, abbiamo appurato che nel Veronese, più precisamente a san Michele Extra, il leggiadro “Tiberghien”, appartenente alla potente familia di lanieri belgi, innalzò il campo sportivo intorno al 1919: l’Hellas Verona inaugurò la sua passione per la pelota in un terreno situato in via Campo Sportivo, a un tiro di schioppo dal tempio audacino, in borgo Venezia), sicuramente uno dei primi edificati nel Veneto.

Se per l’Audace i colori scelti delle casacche di pura lana Tiberghien erano di rosso (imperava in quel contesto il Socialismo) e di nero (tinta aggiunta per l’avvento del ventennio fascista), per i “ragazzi del Guà” si optò invece per il giallo e il blu, forse rivendicando orgogliosamente l’appartenenza più alla veronesità e chiedendo di rispettare la distanza dalle vicine Vicenza e Padova.

Storia, ovvero, scrigno di emozioni filtrate, vissute in anni e anni di battaglie nel fango, sotto il sole e dentro la polvere: “Cent’anni” ha detto il direttore generale nonchè commercialista Renato Martinelli, anche lui “fedelissimo” dell’A.C. Cologna Veneta “sono molti, ma fatti da tanti centimetri; che racchiudono una storia gravida di passione, valori ed entusiasmo. Non ci può essere presente nè futuro, se non ci rifacciamo alla storia”.

“Il calcio” ha chiosato Bepi Ruzza, presidente del C.R.V. Figc-Lnd “irradia solidarietà, infonde pensieri veri, sentimenti che non si sopiscono mai. Noi di una certa età rischiamo di non restare giovani con la mente e con il cuore se non ci adattiamo al linguaggio e al mondo dei nostri giovani”. Ed ancora: “La società del calcio è la pura, l’autentica rappresentazione del territorio: c’è il campanile e il campo da calcio”.

Emozionante quanto applaudito il ricordo raccontato da uno dei più prestigiosi atleti che l’A.C. Cologna Veneta ha tenuto a battesimo: parliamo di Pierino Gonella, passato a vivere nel glorioso Genoa ben 5 stagioni, collezionando 10 presenze in serie B, per passare poi al Messina (70 partite con i “giallo-rossi dello Stretto”) e per fare tanta Serie C, ovvero 160 gare: “Manco da Cologna da 60 anni, nel 1961, a 18 anni, Gianni Fabris mi portò in prova al Genoa. Dove non riuscii al Verona, riuscii invece nei “grifoni” liguri. Quand’ero ragazzino, l’erba sul campo non c’era, si andava in trasferta non in auto ma in bicicletta, le scarpe le dovevamo pagare a metà noi, tanta era la paura di non giocare. Eravamo bimbi poveri, abitavamo in case umide in inverno e troppo accaldate in estate, ma il nostro spirito era ricco e gonfio di sogni. Il calcio ha rappresentato per me una sorta di riscatto sociale, perché non solo mi ha permesso di diplomarmi, ma anche di laurearmi. Ero uno dei tanti figli di quel Veneto, che all’inizio degli anni 70 superava per laboriosità e ricchezza, per il Pil, la potente Baviera”.

Ma, chi vestì la prestigiosa maglia della Juventus (ci arrivò nella stagione ’58-’59) è stato Luigi “Gege” Fuìn, classe 1928 (scomparso nel 2009, ed anche con la maglia della Lazio il mediano prestante fisicamente e dotato di intelligenza tattica), il più giovane debuttante, il non ancora 16enne (accadde negli anni 50; ma, allora non era un’impresa ardua falsificare i documenti di identità!) Antonio Vedovato, il portiere-saracinesca Sergio Rizzotto, poi, anche mister. E’ vero, i mister: a loro veniva, soprattutto in quei tempi, affidata la responsabilità maggiore. Sergio Rizzotto è stato allenatore in tre momenti nell’A.C. Cologna, Loris Boni è stato il primo mister della storica serie D colognese: vantava trascorsi nella Sampdoria e nella Roma, lui che è bresciano. Ma, non si possono scordare, tra i “signori della panca”, l’ex Spal Lauro Pomaro da Polesella rodigina, l’asparettano Patrizio Minozzi, altri ed altri ancora.

Il giocatore con più presenze è Natalino Saggiorato, il più giovane a debuttare con la casacca giallo e blu l’allora 16enne Antonio Vedovato. Chi sfiorò l’ingresso nei professionisti (il Genoa) Aldo Barattella, da non dimenticare l’immensa classe di Simone Boron, ex professionista nel Campobasso, i due fratelli Massimo Marsotto, e il para-tutto (anche i penalty), Loris, da Salizzole, e poi Gianni Danieli, Artioli. Centinaia e centinaia di “alfieri” ed eroi! Tanti e significativi anche i “padri di famiglia giallo e blu”, i presidenti: dal compianto Francesco Scevaroli a Flavio Rigon (il primo presidente della Serie D, punto più alto storicamente toccato nel 2002), da Gianni Fabris a Gianni Bisognin, da Giuseppe Zampieri a Luciano Aste a Giannino Conte, da Sandro Maroccolo a Beppe Tuzzolo, da Sandro Scailotto a Maurizio Faccioli, da Tiberio Brutti a Sandro Burato, all’attuale massimo dirigente dei Giovani Cologna, Denis Berti.

Molti, prestigiosi, carismatici i mister: il vigile urbano Claudio Fabbris, Renato Rinaldi, Agostino Biasio, Valentino Tibaldo, il calabrese di origini Arcangelo Mercurio (che, guidato da bomber Silvano Vighini, perse il memorabile spareggio contro il Sivam Bagnolo del collega Giancarlo Gatti, presieduto dal dr Carlo Giavoni, architettato… a centrocampo dal fantasista ed architetto nella vita di tutti i giorni Costanzo Tovo), Lauro Pomaro da Polesella, Patrizio Minozzi, Vesentini, Luigi Donadello (ex Marzotto Valdagno e padre di Silvio, pure lui coach oggi in attività), l’umbro Claudio Ottoni (oggi alle giovanili del Padova, ma pure trainer del FeralpiSalò in serie D, e della rivale A.C. Sambonifacese, presa in giro anche ieri sera dai cori degli ultrà degli Schiavoni, plotoncino di appassionati colognesi guidati da Bodini detto “El Bodo”). Per non dimenticare Adelchi Malaman, Franco Dal Cero, Franco Cappellari, l’attuale trainer Salvatore Di Paola (colui che ha riportato il club in Promozione), Manuel Cuccu (oggi al 3° anno alla guida dell’Albaredo).

Tra i “capitani storici”, Luigino Cinquini, Cesare Scaggion da Pilastro di Orgiano di Vicenza, poi, all’Este padovano, Simone Dal Degan (ancora in campo oggi in Eccellenza con le “tigri bianco-rosse basso-patavine del CastelbaldoMasi) , Luca Margherita, Flavio Dal Cero, Giorgio Dal Cero; tra i bomber più scoppiettanti e impietosi “sacerdoti dell’area avversaria”, l'”Airone” Giuliano Paolini (ex Hellas Verona, Pro Patria, Rovereto, Cesenatico, classe 1963), “Lupo” Cardìn, “Cobra” Pasetto da Sustinenza, Guerrino Gasparello, “trottolino”, il padovano Gianluca Corezzola, Luca Arzenton, Mirko Cucchetto (oggi diesse della Belfiorese), ed altri ancora, comprensibilmente impossibile da ricordare tutti.

Ma, anche l’ex libero dell’ Hellas Verona e dell’Atalanta, Giancarlo “Pupa” Savoia, a cui il giornalista di Sabbionetta mantovana Adalberto Scemma – allora corrispondente del prestigioso “Il Guerrin Sportivo” e nostro secondo (in sequenza temporale) caposervizio della pagina Sportiva del quotidiano “L’Arena” – affibbiò un flirt con Giliola Cinquetti, la cantante veronese che giovanissima (appena 16enne) trionfò al Festival di San Remo con “Non ho l’età per amarti”. “El Pupa” ha ricordato che destinò il primo premio-partita della sua vita a Gaetano Scirea, capitano della Nazionale e della Juventus: “Io mi ero infortunato, mi riconobbero ugualmente il compenso, ma io preferii donarlo al giovane che prese il mio posto nella Prima squadra della Dea”. “Da allenatore dell’A.C. Cologna Veneta, mi è rimasto ancora qui, sul gozzo, il titolo scippatoci dalla Nova Gens, espressione del lungo potentato dei Presidenti federali veneti”.

All’ombra del Torrione centinaia di atleti, tra cui il vigasiano Michele Cambi, Andrea Giarretta (il “Maldini del Guà”), il fratello nonché ex promessa dell’Udinese e nel novembre 1999 ex campione europeo della prima Champion’s per dilettanti (Amateur), Federico, gli attuali Alessandro Pastorello (Il “Ricky Albertosi del Guà”), l’immortale bomber Fabio Sinigaglia, il difensore biondino Matteo Morìn, Michele Gasparetto, Alessandro”Bugatti” Borgatti e la promessa Gianluca Scalzotto, classe 2001.

Si è cenato sotto il chiaro di luna, en plen air, abbiamo detto, condividendo la gioia di trascorrere un paio di ore assieme, e degustando il primo a base di risotto al ragù di manzo, il secondo fatto di roast beef e contorno di verdure. Quindi, si è passati al taglio ed all’assaggio della mega-torta confezionata dalla Pasticceria Fausto e Francesco Bertolini, quest’ultimo calciatore degli anni 90 dell’A.C. Cologna Veneta. Rabosello in caraffa e bianco mosso e gagliardo scaraffato prelevato dai vicini Colli Euganei per tutti, imperlato nel “dulcis in fundo” dalle invitanti bollicine di un appannato Prosecco Superiore Valdobbiadene – da poco eletto “patrimonio dell’Unesco” – della Cantina “Val d’Oca”.

Poi, i fuochi d’artificio, ad illuminare lo splendido passato e a rischiare presente e futuro di un club che farà ancora molto parlare di sè e che ci farà scrivere tante belle pagine di storia, di vita, di passione; di quella vera, che si respira da più di un secolo in questo appassionato ed accogliente territorio a Sud Est di Verona. A un tiro di schioppo dal Vicentino, ad un altro dal Padovano e a quattro pedalate in bici dalla “capitale della nostra Bassa”, quella Legnago Salus, che sta vivendo campionati di Serie D sotto la regìa del diggì Mario Pretto, il quale ci ha confidato che proprio sotto il Torrione ha mosso i suoi primi passi da dirigente e dell’A.C. Sambonifacese e del Mantova (fino alla serie B) e, da una decina d’anni a questa parte, dei “biancazzurri del Bussè”.

Ecco, improvvisamente dal campanile del maestoso Duomo si sentono i pesanti, cupi rintocchi della mezzanotte: non deve passare di qui Cenerentola, tutta affannata ed alla ricerca della famosa scarpetta, ma quegli echi solenni sono i palpiti, i respiri del più grande galantuomo al mondo: il signor tempo. Che è il più incorruttibile, insuperabile “super partes” di tutti gli esseri umani, e che scandisce lo scorrere, che tratteggia i passi della nostra fragile e caduca vita. Schegge di impareggiabili fatiche e di irripetibili gesta, questo lembo di terra fatto di laboriosi uomini e di ammiccanti donne, che, da cent’anni e più, palpitano, si agitano, soffrono, gioiscono, si disperano, cadono, pronte però a rialzarsi subito. Ed il bello del calcio è che la sfericità della palla di corame non ti sa mai predire dove essa finirà, quando e dove essa terminerà la sua corsa (così scolpì l’uruguaiano Edoardo Galeano, il più grande scrittore di calcio mai esistito). Ma, è meglio così: per fortuna, ognuno di noi esseri viventi non conoscerà mai cosa ci riserverà il destino, “cieco e baro”!

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it